13 modi di vedere una ragazza grassa

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In questi 13 racconti l’autrice descrive il lento declino di una ragazza, Lizzie, che non è mai riuscita ad amare e a farsi amare pienamente.
Schiava di un pensiero fisso, di un’ossessione che la conduce a consumare se stessa e la propria vita fino all’osso, a mandare all’aria ogni rapporto, allontanando tutti coloro che avevano dimostrato di amarla per quello che era, prima delle diete, prima della magrezza.
Innamorata di un corpo che non esiste, se non nella sua immaginazione, Lizzie è autrice della propria distruzione, il suo percorso la porterà a vivere in un luogo quasi onirico, un condominio con una palestra dove le donne anoressiche si allenano strenuamente paragonando i propri fisici e lanciandosi occhiate furtive di disprezzo reciproco, nascondendo in questo modo il disprezzo che provano verso se stesse.
Io non sono come lei, lei fa pena, è malata, io sono sana, sono bella” questo è quello che Lizzie continua a ripetersi mentre osserva una sua simile che penosamente arranca sugli attrezzi ginnici.
Ed è proprio il confronto con le altre donne la linea sottile che collega ogni racconto, Lizzie non riesce ad avere rapporti sani con sua madre, con la sua migliore amica, con nessuna delle donne che la circondano, non riesce a tollerare neanche la sua manicure perché è grassa ma è felice, è una donna che pesa più di lei ma è comunque felice, è bella, è soddisfatta della sua vita, più di quanto Lizzie potrà mai essere, e questa consapevolezza la distrugge.
Lizzie che si sente continuamente minacciata dalle donne, non può far altro che paragonare il proprio corpo a quello delle altre, e il paragone è sempre impietoso perché lei si sentirà sempre più brutta, si sentirà sempre fuori luogo perché il suo dolore non ha niente a che vedere con la sua forma fisica o il suo peso ma è un dolore che proviene dal suo animo.
Questi sono i tipici meccanismi mentali di una ragazza anoressica, ed è da questo che si capisce che il libro funziona, leggendolo un’anoressica non potrà fare a meno di cercare di immaginarsi per tutto il tempo come potrebbe essere la protagonista del libro, quanto potrebbe pesare, la domanda che riempirebbe la sua testa sarebbe “ma pesa più di me?“.
Alla fine l’autrice, magnanima, glielo fa sapere, le dice che Lizzie, malgrado la dieta da fame, proprio non riesce a diventare veramente magra, magra da fame, da ricovero, e allora la ragazza anoressica è felice, e pensa “che sfigata, peserà minimo dieci chili più di me!“, sempre con l’idea di non essere come lei però, di non essere malata, di essere migliore e più forte, ovviamente.

Il signore degli Orfani di Adam Johnson

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Nella Corea del Nord non si nasce, si viene creati.

In questi ultimi anni in libreria sta andando molto di moda il genere distopico, per chi non lo sapesse la distopia è la rappresentazione di una società fittizia soggetta a una sorta di involuzione per la quale hanno avuto la meglio tutti gli aspetti negativi del genere umano, per capirci: una situazione simile a quella descritta in 1984 da George Orwell.
Ovviamente il genere distopico ha una sua dignità, un suo valore letterario, ultimamente però tutto questo gli è stato, parzialmente, tolto in seguito alla pubblicazione di una serie infinita di pseudo-libri per adolescenti che  hanno ripreso, estrapolato, modificato e banalizzato il genere rendendolo un puro e semplice mezzo per raccontare una storia noiosa in modo “originale”.
Questo libro non è un libro distopico ma ai nostri occhi di occidentali cresciuti nel benessere e in uno stato di relativa democrazia potrebbe assolutamente sembrarlo, ciò che viene raccontato è quanto mai vicino alla società raccontata da Golding o da Bradbury, nelle loro ben note opere, per questo durante la lettura siamo portati a pensare che sia tutta finzione narrativa, ci mettiamo un po’ a carburare e a prendere coscienza che purtroppo non è così: la storia raccontata è reale e per questo molto più terribile di una qualsiasi finzione.
Park Jun Do è il protagonista di questa storia, il signore degli orfani a cui fa riferimento il titolo invece è il direttore dell’orfanotrofio in cui Jun Do cresce nonchè padre di quest’ultimo, la madre, cantante di grande bellezza, è stata rapita e portata con la forza a Pyongyang per allietare il leader Kim Jong-Il: il suo è un destino comune a tutte le belle ragazze del paese.
La prima parte è probabilmente quella più lenta e descrittiva, Jun Do ci introduce nel suo mondo di “quasi orfano” in una società comunista in cui gli orfani sono considerati la feccia della società perché, non essendo mai stati amati, non vengono considerati capaci di amare il prossimo e di cooperare con esso.
Park Jun Do entra in una sorta di squadra speciale che ha il compito di rapire cittadini giapponesi e sud coreani dalla coste per tenerli prigionieri a vita, durante le sue numerose spedizioni è continuamente messo davanti alla scelta tra la diserzione quindi la libertà e la ceca obbedienza, in poche parole Jun Do potrebbe fuggire in qualsiasi momento ma non lo fa, questo ci fa capire quanto l’ideologia che lo rende schiavo sia così fortemente radicata in lui e in tutti i cittadini.
Veramente molto toccante è, nella parte finale della prima parte, il viaggio del protagonista in Texas, un viaggio che lo metterà di fronte a una sociaetà totalmente differente che non riesce a comprendere e che viceversa non è comprensiva nei suoi confronti.
La sua estraneità  è ben descritta in un dialogo che intrattiene con una giovane esponente dell’esercito americano:

Wanda si girò verso Jun Do. «Si sente libero?» gli chiese. Inclinò di lato la testa. «Lei sa cosa si prova a essere liberi?» Come poteva spiegarle il suo paese? come faceva a spiegarle che varcarne il confine, sul peschereccio, per arrivare nel Mar del Giappone, quello significava essere liberi? o che, da ragazzo, scappar via di nascosto dalla fonderia per un’ora per andare a correre con gli altri tra i mucchi di scorie, anche se c’erano guardie dappertutto, perché c’erano guardie dappertutto — che quella era la più pura delle libertà?
Come poteva farle capire che l’acqua usata per ammorbidire il riso bruciato sul fondo della pentola aveva un sapore migliore di quello di qualunque limonata texana? «Ci sono campi di lavoro, qui?» chiese Jun Do.
«No» rispose lei. «Matrimoni obbligati, sessioni forzate di alltocritica, alto–parlanti?» Wanda scrollò la testa. «Allora non sono sicuro di potermi sentire libero, qui» disse lui. «E di questo cosa dovrei farmene?» gli chiese Wanda.Sembrava quasi arrabbiata con lui. «Non mi aiuta a capire nulla.» «quando sei nel mio paese» replicò Jun Do, «ogni cosa ha un senso chiaro e netto. È il posto più semplice del mondo.»

Un’altro genere letterario, anche se in questo caso non si può parlare propriamente di genere, che trovo particolarmente affascinante è quello che porta a lunghe disquisizioni sulla realtà, quel genere di libri pseudo-surrealisti che alla fine ti portano ad interrogarti sulla veridicità delle cose che ti circondano.
Non a caso ne parlo ora perché il genere distopico, è spesso arricchito con questo tipo di interrogativi, per cui durante la lettura non puoi fare a meno di chiedersi se quello che si sta leggendo faccia parte della trama reale oppure sia solo frutto dell’immaginazione del protagonista.
La seconda parte di questo libro è esattamente così, l’autore è molto bravo nel ribadire, anche attraverso una particolare tecnica narrativa che mischia la narrazione dei fatti attraverso i punti di vista dei personaggi con la descrizione della medesima storia proclamata dagli autoparlanti del regime, il messaggio chiave del libro che è il concetto per cui in Nord Corea non viene data importanza all’uomo ma solo alla storia che esso ha da raccontare, non è importante che la storia sia vera o totalmente inventata, ciò che conta è che piaccia al regime e rientri nei ranghi previsti, che poi sia una storia assurda e priva di fondamento poco importa.
Non a caso la Corea del Nord è un paese in cui poco tempo fa alcuni scienziati hanno proclamano ufficialmente l’esistenza di un unicorno nella cui tana nacque il primo imperatore feudale del paese.
Ovviamente i cittadini coreani per lo più fingono di credere a queste storie, creano una realtà parallela a quella vera in cui le persone vengono realmente curate e protette dal Caro Leader, in cui la Corea è veramente lo stato più democratico del mondo, in cui i cittadini non vengono torturati e deportati in campi di lavoro in cui l’aspettativa di vita massima è di sei mesi.
In tal senso c’è un’altro passo molto interessante che esprime bene questo tipo di atteggiamento:

A un certo punto mi disse: «Io denuncio questo cittadino perché ha la lingua blu.»
Scoppiammo a ridere.
Allora puntai il dito contro mio padre. «Questo cittadino mangia la senape.»
Tempo prima avevo assaggiato per la prima volta la radice di senape, e l’espressione sul mio viso aveva fatto ridere i miei genitori.
Adesso, qualunque cosa collegata alla senape mi sembrava divertente.
Mio padre si rivolse a un’invisibile autorità che aleggiava nell’aria. «Questo bambino fa pensieri controrivoluzionari sulla senape. Dev’essere mandato in una cooperativa agricola dove si coltiva la senape, affinché i suoi pensieri senaposi possano venire corretti.» «Questo papà mangia ghiaccioli al peperoncino con cacca alla senape» dissi allora. «Questa è buona.
Adesso però prendimi la mano» mi disse.
Posai la manina nella sua, e allora lui con una smorfia truce gridò: «Io denuncio questo cittadino, questa marionetta imperialista dovrebbe essere sottoposta a un processo per crimini contro lo Stato.» Aveva la faccia tutta rossa, astiosa. «Sono stato testimone delle sue vomitevoli capziosità capitalistiche, con le sue sleali oscenità ha tentato di avvelenare le nostre menti.»
I vecchi alzarono gli occhi dai loro giochi per guardarci.
Io ero terrorizzato, stavo per piangere.
Mio padre disse: «Vedi, la mia bocca ha pronunciato quelle parole, ma la mano, la mia mano, stava tenendo la tua.  Se tua madre dicesse qualcosa del genere su di me con l’intento di proteggere voi due, sappi che io e lei, dentro di noi, staremmo comunque tenendoci la mano. E se un giorno dovrai dire a me qualcosa di simile io saprò che in realtà non sarai tu a dirlo. Perché dentro, dentro, padre e figlio si terranno sempre la mano.»
E allungò la sua per scompigliarmi i capelli.

Questo è un libro che, con un pizzico di americanismo, ci introduce con maestria narrativa in una società lontana e profondamente diversa dalla nostra e anche per questo terribilmente poco conosciuta dal mondo occidentale che vede nel leader coreano una macchietta, mentre invece la storia e l’attuale situazione della Corea del Nord meriterebbe maggior approfondimento da parte nostra.

VOTO: 5/5

Questo non è il mio corpo di Moyoco Anno

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Facendo numerose ricerche ho scoperto che esistono pochissimi manga che trattano dei problemi dell’alimentazione, non so se sia per una particolare reticenza del popolo giapponese a parlare dell’argomento oppure semplicemente è uno di quei temi ritenuti forse un po’ “eccessivi” per un prodotto che ha come fine ultimo quello di divertire e rilassare, fatto sta che un argomento interessante e sentito come quello della percezione corporea viene quasi totalemente ignorato in molti ambiti artistici.

Uno dei pochi manga che presentano il problema in modo maturo e consapevole è “Questo non è il mio corpo ” di Moyoco Anno, autrice che non a caso si è sempre distinta per la modernità e il realismo dei temi trattati.

Pur essendomi avvicinata al mondo dei manga solo recentemente questo è stato uno dei primi titoli che hanno attirato la mia attenzione (insieme a Solanin di Inio Asano) ma non l’ho mai acquistato a causa di una mia personale reticenza nei confronti di opere artistiche che trattano il tema dei disturbi dell’alimentazione, in genere se ne parla tanto e male e quindi temevo di trovarmi di fronte all’ennesimo groviglio di luoghi comuni e tristezze varie ma, fortunatamente, non è stato così.

 Moyoco Anno delinea la figura di una protagonista in continuo bilico tra ciò che vorrebbe essere e ciò che gli altri si aspettano da lei, Noko infatti è una ragazza grassa ma tutto sommato soddisfatta, a causa della sua diversità però viene osteggiata, derisa e in alcuni casi totalemente ignorata, inoltre il suo ragazzo la tradisce con una sua collega e lei non ha il coraggio di arrabbiarsi o di lasciarlo perché è bloccata dalla paura di perdere l’unico uomo chel’abbia mai fatta sentire bella.

Spinta dalla convinzione che dimagrendo tutti i suoi problemi sarebbero scomparsi Noko decide di mettersi a dieta ma il cibo per lei è diventato un’ossessione; il rifugio per ogni problema, lei è felice solo quando mangia e quindi cade nella spirale della bulimia, in pochissimo tempo dimagrisce enormemente, tanto che il suo stesso fidanzato stenta a riconoscerla e con lui i suoi colleghi di lavoro, ma Noko non è felice, il fidanzato in prenda alla rabbia la lascia e lei deve fare i conti con la dura realtà: dimagrire non l’ha resa felice.

“Anche se sono dimagrita, non è cambiato nulla. 

Come al solito, sono la più debole. 

Nel mondo ci sono regole che non conosco… forse sono l’unica a non saperle, è per questo che mi trovo sempre in difficoltà.

Ciò che rende questo manga così pregevole è la rappresentazione di ciò che realmente succede nella mente di una ragazza affetta da quetso tipo di disturbi, escludendo ogni tipo di edulcorazione sentimentalistica i personaggi vengono descritti per quello che sono, delle persone mediocri, senza nessun particolare pregio che cercano di sopravvivere arrangiandosi come meglio credono.

In questo manga è assente quel senso del grottesco che pervade Happy Mania in cui i personaggi venivano sformati fino a diventare delle caricature di loro stessi, qui ogni personaggio è ben delineato e straordinariamente coerente tanto che si è portati a pensare che l’autrice abbia conosciuto direttamente certe realtà.

Tra i personaggi più interessanti spiccano sicuramente il fidanzato di Noko, Saito, un ragazzo tendenzialmente debole portato al fallimento che vive ancora a casa con la madre che lo maltratta e lo vessa continuamente senza che lui riesca a trovare la forza per ribellarsi.

Malgrado queste gravi mancanze Saito è anche molto orgoglioso e quindi ricerca in Noko una ragazza che lo appoggi e lo ami incondizionatamente, lui non è realmente innamorato di lei, la usa soltanto perché sa che lei non potrebbe mai lasciarlo o tradirlo, si crogiuola in una relazione profondamente sbilanciata a suo favore ma malgrado questo ha comunque bisogno di nutrire il proprio ego intraprendendo una relazione con Mayumi solo per avere la consapevolezza che malgrado la sua ragazza non sia bellissima lui potrebbe comunque sedurre senza problemi anche ragazze molto belle.

Mayumi è l’altro personaggio emblematico della vicenda, è l’antagonista per eccellenza, colei che vessa continuamente la protagonista sia sul lavoro che nella vita privata tanto che alla fine la farà perfino declassare costringendola a lavorare in una specie di scantinato in cui vengono rinchiusi tutti i dipendenti più strani dell’azienda.

Mayumi è mossa da un qualche strano rancore e una profonda insicurezza che la spinge a odiare Noko e con lei tutte le persone in sovrappeso, un particolare passaggio del fumetto (in cui Noko ormai dimagrita prende in giro due ragazze in una toilette definendole brutte e grasse) ci fa pensare che Mayumi sia stata grassa in passato e che questo l’abbia segnata profondamente.

Il grasso infatti non scompare mai, sia Mayumi che Noko ne sono continuamente condizionate, anche una volta dimagrite non riescono più a liberarsene perché è diventata una parte di loro, avviene una specie di sdoppiamento della personalità, nascono due diverse Noko quella grassa e quella magra e quella magra sembra cercare di rifuggire disperatamente da quella grassa senza mai riuscire a liberarsene definitivamente.